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 / Racconti di pesca

Arrivederci, lockdown!

02 Dicembre 2020

E’ come se ci togliessero aria, ossigeno.

Con la mente sto già immaginando la prossima gara extraregione con i miei amici a chi pesca più trote.

Non è la mia pesca preferita, ma è quella che ci fa stare insieme... quella che crea un po’ di sana competizione! Non quella agonistica ma quella dell’amicizia, della presa in giro e degli sfottò che rendono la giornata comunque divertente. 

Ricordo con piacere l’ultima pescata di ottobre con il mio amico di sempre con il quale abbiamo condiviso tante esperienze, tanti luoghi di pesca, tante avventure e tante tecniche diverse.

La Trotalago! Ebbene sì. Nel periodo autunnale, per chi non ha la barca e non è socio in alcuna cava, questa è una delle prospettive più divertenti. 

Le trote “pollo”. Alcuni pescatori le chiamano volgarmente così, ma catturarle non è così semplice come si può pensare... Soprattutto se in questo laghetto veronese con 5° e già mezzora prima dell’apertura mattutina c’è la fila di macchine per accaparrarsi il posto migliore. 

La giornata è nuvolosa e senza vento, perfetta per la pesca alla trota in cava autunnale. Troviamo un pertugio tra i pescatori e prepariamo le nostre attrezzature. La possibilità di avere due canne in pesca mi obbliga a tenerne una ferma ed una in movimento. Per cui, conoscendo un po’ il laghetto e il foraggio presente, ne presento una con montatura “bolognese” con un’alborella come esca (puntata su un amo del 4) ed un galleggiante da 5g seguito da torpille da 3. 

Terminale rigorosamente in fluorocarbon 0,16 da 50 cm. L’altra canna la tengo in movimento. Preparo una 3 pezzi da 4,70m da 25-35g di casting su cui monto una bombarda da 30g G1,5 (grado di affondabilità che mi permette di muovere l’esca tra 0,50m e 1 m sotto la superficie dell’acqua a recupero medio-veloce). Opto per un terminale da 2,5m e come innesco un “Frollino”: una piccola molla fatta scorrere su un amo del 6 per innescare una piccola pallina di pasta arancione e sulla punta dell’amo buco la coda di un grub bianco. 

Non faccio in tempo a finire la montatura che il galleggiante della bolo inizia a sussultare: ecco la prima ferrata. Una trota salmonata da 0,5 kg. Inizio molto promettente!

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Vediamo le trote bollare in superficie per cui l’approccio superficiale ci dà soddisfazioni. Il mio amico copia il mio approccio dinamico ma, a differenza mia, tenta la pesca sottoriva senza galleggiante con il vetrino per quanto riguarda la seconda canna. Come innesco usa un misto pastella più camola con l’obiettivo di far salire di circa 50 cm l’esca dal fondo. Per il momento la mia idea di pescare a distanza ha nettamente la meglio perché le trote abboccano in calata a circa 40-45 metri da riva. Ma, mentre salpo la mia settima trota, il galleggiante inizia ad affondare lentamente senza sussulti. Mollo la trota appena catturata sulla riva e mi precipito dalla mia bolognese. Sembra un treno. Mi porta via filo nonostante la frizione sia quasi chiusa. Il mio amico esulta perché capisce che può recuperare terreno vedendo che ormai sono dieci minuti che ho in canna un pescione che non riesco ad alzare dal fondale. 

Con un filo e un terminale dello 0,16 non posso forzare e devo giocare di frizione. Nulla, anche dopo 20 minuti il pesce continua a girare sul primo scalino d’acqua prima della riva. Chi può aver mangiato un’alborella? Penso a uno storione. Mi rassegno. La gara è persa perché il mio amico ormai è avanti di 4-5 trote. Ma improvvisamente vedo un bagliore chiaro tendente al giallo fare un gorgo. Pazzesco! Una bellissima carpa a specchio. Dopo altri 2-3 minuti di combattimento la portiamo a guadino, facciamo una foto e la rilasciamo. Stimata intorno ai 5 kg. 

Ho perso la gara ma anche in un laghetto a pagamento ho vissuto un’altra esperienza che solo l’imprevedibilità della pesca può donare. Per cui “arrivederci lockdown”! Io con la testa sono già alla prossima pescata con il mio amico di sempre.

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